Ultreya e Suseya! Il Giubileo e i pellegrini, ieri e oggi

Ultreya e Suseya! Il Giubileo e i pellegrini, ieri e oggidi Sergio Giovannetti. Recensione di Davide Cipollini pubblicata su “Il Libro”

Un’opera che è viaggio, memoria, denuncia e preghiera poetica

“Ultreya e Suseya!” non è soltanto un titolo evocativo, ma un antico grido di speranza, un’esortazione vibrante pronunciata tra pellegrini lungo i sentieri della fede e della vita. Due parole che racchiudono l’essenza stessa del cammino spirituale: Ultreya, cioè “più in là”, e Suseya, “più in alto”, in un invito costante a procedere, a salire, a superare se stessi e le fatiche del mondo con fiducia, determinazione e fede.

Con questo spirito si apre il nuovo libro di Sergio Giovannetti, autore profondo, poeta dell’anima, pellegrino dell’interiorità e conoscitore autentico della storia religiosa e della cultura medievale. Il sottotitolo dell’opera – Il Giubileo e i pellegrini, ieri e oggi – ne rivela fin da subito la duplice natura: da un lato una riflessione storico-antropologica accurata e ricca di riferimenti; dall’altro, un’appassionata meditazione sulla crisi spirituale del nostro tempo, che si fa invito a ritrovare il senso autentico del camminare e dell’esistere.

Il libro di Giovannetti si presenta così come un ponte tra epoche diverse: un viaggio letterario e interiore che unisce l’esperienza vissuta dell’autore con l’eredità lasciata dai milioni di pellegrini che, nel corso dei secoli, hanno calcato le polverose strade d’Europa per giungere a Roma, a Santiago, a Gerusalemme. Ma è anche un testo di denuncia e di invito, un appello rivolto al lettore moderno affinché riscopra la spiritualità dimenticata, la profondità dello sguardo, la verità che si cela nei gesti semplici e nel silenzio.

Attraverso un linguaggio lirico ma preciso, evocativo ma documentato, Giovannetti ci conduce in un percorso fatto di storia, simboli, memorie personali e interrogativi eterni. Ultreya e Suseya! non è dunque un semplice saggio, ma una sorta di “breviario laico” per i cercatori del senso, un’opera capace di parlare al cuore e alla mente, sospesa tra la narrazione, il poema e la preghiera.


IIl viaggio di un’anima: il prologo come confessione esistenziale

Il libro si apre con un prologo autobiografico che è già poesia, diario spirituale, atto di fede e confessione profonda. Sergio Giovannetti rievoca il suo primo pellegrinaggio compiuto nel 1982, all’apparenza senza un motivo preciso, ma in realtà mosso da una ferita interiore, da quello che lui stesso definisce un “buco nero nel cuore”. È l’inizio di un percorso che va ben oltre la geografia: un cammino esistenziale verso una possibile guarigione dell’anima, un tentativo di ricomporre la frattura tra sé e il mondo, tra sé e il divino.

Quello che era cominciato come una semplice vacanza si trasforma gradualmente in un’esperienza quasi mistica. L’autore si isola in una tendina canadese, vive di poco, dorme sulla roccia, si espone al sole, osserva il mare. E proprio in quella solitudine essenziale, in quel vuoto cercato e sofferto, si apre un varco. Il pellegrinaggio diventa così un viaggio simbolico dentro l’inconscio, una forma di autoanalisi spirituale, una risalita dalla selva oscura verso la luce. Non è un caso che la figura di riferimento diventi proprio San Francesco: l’uomo della povertà assoluta, della gioia pura, del distacco totale da sé.

La narrazione è così sincera, densa e stratificata da risultare terapeutica anche per il lettore. Ogni dettaglio – lo zaino improvvisato, il diniego d’ingresso in chiesa per i pantaloncini, il ponte di Spoleto, la pace dell’Eremo delle Carceri – è intriso di significato simbolico. Ogni luogo visitato è anche uno spazio dell’anima. Il cammino fisico si sovrappone al cammino psicologico: è ricerca di senso, di perdono, di bellezza, di una nuova identità spirituale. Ed è in questa sovrapposizione tra corpo e spirito, tra materia e metafora, che il pellegrinaggio si rivela in tutta la sua forza trasformativa.

Dal punto di vista psicologico, Ultreya e Suseya! non è solo un memoir spirituale: è un testo che mette in scena le dinamiche profonde del disagio esistenziale. L’autore attraversa i territori dell’angoscia, dell’isolamento, del desiderio di autenticità. Si confronta con il vuoto, con la nostalgia di un “Altro” che non si vede ma si cerca, con la fame di Dio che si confonde con la fame d’amore, di pace, di verità. La sua esperienza rievoca le grandi domande dell’essere umano: chi sono? dove sto andando? che senso ha il dolore? In questo, il libro assume anche un valore terapeutico: è il racconto di una ferita che si fa strada, di un uomo che non scappa dal proprio smarrimento ma lo attraversa con coraggio.


Dalla Via Francigena alla poesia: un cammino tra parole, storia e fede

Nel cuore del libro, Giovannetti racconta come questa passione per il cammino – prima fisico, poi interiore – lo abbia accompagnato negli anni, trasformandosi in ricerca letteraria, in tensione artistica, in forma di vita. Dalla riscoperta della Via Francigena alla composizione di un poema epico ambientato nel Medioevo, fino alla nascita di questo volume in prosa, il pellegrinaggio resta il filo conduttore della sua esistenza: simbolo di trasformazione, redenzione, desiderio di infinito.

Con la maturità e l’insorgere degli acciacchi, l’autore è costretto a rinunciare alle lunghe camminate, ma non rinuncia a camminare con la mente e col cuore. È proprio da questa impossibilità fisica che nasce la spinta alla scrittura: Ultreya e Suseya! è il frutto di un pellegrinaggio mentale, un itinerario narrativo in cui memoria, storia, religione e poesia si fondono in un unico gesto creativo. Il libro è infatti molto più di un saggio: è un viaggio letterario che oscilla tra l’affresco storico e la riflessione esistenziale, tra la guida spirituale e il poema in prosa.

Nelle sue pagine convivono affreschi medievali e citazioni di Dante, Pasolini, Platone; richiami alla mistica cristiana e alla psicologia moderna; versi in rima e riflessioni sulla fede, sull’amore, sulla morte. Ma soprattutto, ciò che emerge con forza è la volontà di restituire significato a un’esperienza – quella del cammino – che troppo spesso oggi viene banalizzata. Giovannetti si interroga sul senso del pellegrinaggio contemporaneo, sulle motivazioni interiori che spingono l’uomo moderno a mettersi in marcia. Lo fa con uno sguardo critico, ma sempre empatico.

E il vero cammino, come suggerisce l’autore, è quello che ci porta ad ascoltare l’anima, a riconoscere i nostri limiti, a interrogarci sulle radici del nostro dolore, sulla nostalgia che ci abita. In questo senso, il libro parla a tutti: credenti e non credenti, viaggiatori e sedentari, giovani in cerca di direzione e adulti in cerca di senso

La voce delle donne pellegrine: un omaggio e un risarcimento

Tra i capitoli più intensi e profondamente umani del libro, spicca quello dedicato alle donne pellegrine, a cui Giovannetti riserva non solo uno spazio narrativo, ma un vero e proprio atto di riconoscimento, quasi un risarcimento simbolico nei confronti di una storia che troppo spesso le ha dimenticate o marginalizzate. Con delicatezza, rispetto e uno sguardo empatico, l’autore ricorda le tante figure femminili che nei secoli hanno affrontato il cammino: madri e vedove, sante e prostitute, giovani alla ricerca di fede e anziane spinte dal dolore o dalla speranza.

L’autore denuncia apertamente le discriminazioni che queste donne hanno subito: il sospetto sociale, la censura morale, la difficoltà di affrontare il viaggio da sole in epoche in cui la libertà femminile era negata o ridotta a eccezione. Eppure, nonostante tutto, quelle donne hanno camminato. Hanno attraversato montagne e boschi, città ostili e locande incerte, sostenute da una devozione profonda, da un’intimità con il divino che si esprimeva nel silenzio, nella preghiera, nel corpo che avanza anche quando la società lo vorrebbe immobile.

Dal punto di vista psicologico, Giovannetti restituisce al femminile il suo valore spirituale originario, riconoscendo che la dimensione interiore della donna, da sempre legata alla cura, alla compassione, alla fertilità simbolica, rappresenta un volto indispensabile del pellegrinaggio e della fede. Non si tratta solo di storie individuali, ma di un archetipo collettivo: la donna come mediatrice tra terra e cielo, come figura del dono, del sacrificio, della speranza.

Le citazioni di figure bibliche e mistiche (come Maria Maddalena, Santa Brigida, Ildegarda di Bingen), insieme alle suggestioni letterarie e teologiche (Beatrice e Lucia nella Divina Commedia, la Vergine Maria come “icona della tenerezza assoluta”), arricchiscono questa riflessione con un’intensa componente simbolica. Giovannetti intreccia così la storia alla spiritualità, l’identità alla mistica, offrendo un elogio del femminile sacro in tutte le sue sfumature: non idealizzato, ma reale, concreto, incarnato.

In questa parte del libro, la scrittura si fa più lirica, quasi devota. L’autore sembra inginocchiarsi davanti a queste donne, riconoscendo la loro forza silenziosa, la loro ostinazione dolce, la loro capacità di portare il peso e la grazia del cammino. È un momento alto e necessario, in cui si percepisce che il pellegrinaggio, per essere completo, deve accogliere anche – e soprattutto – la voce delle donne.

Giubileo come kairos: una chiamata alla rinascita

La conclusione del libro è una meditazione profonda e vibrante sul significato del Giubileo, inteso non solo come evento liturgico o celebrazione ecclesiastica, ma come kairos – tempo opportuno, momento favorevole, occasione di risveglio. Giovannetti invita il lettore a comprendere il Giubileo come una soglia simbolica, un invito collettivo e personale alla conversione, alla rinascita interiore, al cambiamento radicale.

In tempi di crisi spirituale e smarrimento identitario, il Giubileo rappresenta – secondo l’autore – una chiamata silenziosa a ritrovare la fraternità perduta, a riaccendere il desiderio di comunità, a rimettere al centro valori dimenticati come l’accoglienza, la misericordia, la giustizia. Non si tratta di un evento rituale da osservare passivamente, ma di una scintilla esistenziale che può trasformare la vita di chi è disposto a mettersi davvero in cammino.

Con uno stile che fonde analisi, preghiera e poesia, Giovannetti scrive che “il cammino può essere il momento più adatto per riscoprire la nostra originaria libertà”. Parole che hanno il sapore di una rivelazione. Il pellegrinaggio, oggi come ieri, non è solo uno spostamento nello spazio, ma un gesto simbolico di apertura, una porta che si spalanca dentro e fuori di noi. Una “porta santa” che non conduce in un tempio, ma nel cuore stesso dell’uomo.

Dal punto di vista psicologico, questa riflessione sul Giubileo si fa potente: rappresenta il bisogno, profondamente umano, di una seconda possibilità, di un tempo diverso in cui il cambiamento non solo è possibile, ma è atteso, accolto, benedetto. È un appello a lasciar andare il passato, a riconciliarsi con la propria storia, a perdonare e perdonarsi. Una chiamata a vivere in modo nuovo, autentico, intero.

Nel suo ultimo atto poetico, Giovannetti afferma che “il pellegrinaggio è l’apertura visibile delle porte della rinascita”. E così, chiude il libro lasciandoci con un’immagine luminosa e struggente: quella di un’umanità in cammino verso una nuova primavera dell’anima, guidata non dal clamore, ma dal silenzio. Non dalla meta, ma dal desiderio di partire

Recensione di Davide Cipollini

Ultreya e Suseya! è un libro importante e raro: profondo, colto, appassionato, capace di unire introspezione, denuncia e bellezza. Non è solo da leggere, ma da meditare. Un invito – gentile ma deciso – a rallentare il passo, guardarsi dentro, e mettersi davvero in cammino. Perché “ciò che necessariamente coinvolge”, come scrive l’autore nell’ultima poesia, è l’Amore che muove, salva e trasforma.

Un’opera che si rivolge al cuore e alla coscienza, che parla al credente come al laico, al viaggiatore come all’immobile. Un libro che non dà risposte facili, ma spalanca domande necessarie. Una guida dell’anima per chi, oggi, ha ancora il coraggio di cercare.


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