Il contastorie

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     Oggi, purtroppo, contastorie o cantastorie, non ce ne sono più. E neanche più si sentono quelle grandi vicende tragiche che commuovevano gli animi e continuavano a vivere di generazione in generazione, da un secolo all’altro, come la Pia de’ Tolomei o il conte Ugolino. Siamo invece sommersi da una marea di fatti terribili, incessanti come onde del mare, che durano lo spazio di un telegiornale o di un clic del mouse e scompaiono nel nulla, senza avere il tempo di sedimentarsi e tantomeno di diventare storia, cultura o poesia. La poesia dei nostri giorni poi, è tutta volta alla contemplazione del proprio ombelico, e ricorre sovente ad un linguaggio astruso ed ermetico. Per di più, con l’assenza di qualsivoglia ritmo o struttura metrica, si presenta come poesia in prosa, pensierino senza alcuna musicalità, e non si capisce perché la chiamino ancora poesia. Pure quando si fa orale (poetry slam), tutto è rimandato alla performance del lettore attore, non avendo in sé tali composizioni nessuna strutturazione sonora precostituita. Pure e semplici composizioni teatrali, e niente poesia. Il vezzo, o il vizio, di scrivere versi, anch’io ce l’ho, e alla poesia orale cerco soprattutto di riallacciarmi, come orale era la cultura popolare d’altri tempi. Nella scia di questa tradizione, pervenuta fino alla metà del secolo scorso, anch’io narro storie in rima, e faccio uso della metrica. Perché, mi direte, se fai dei racconti, non scrivi in prosa? Perché con la forma della poesia cerco di mettere nelle storie un po’ di magia in più, di coinvolgere più le emozioni e i sensi (anche l’udito), di andare insomma con più immediatezza e essenzialità al cuore delle cose e di chi legge. Tant’è che ho scritto un poema intero, tutto in rima baciata, tutto cantilenato, su Medioevo e via Francigena, che dovrei pubblicare prossimamente. È certo problematico proporre su un social, dove tutto deve essere istantaneo, non la solita poesia- pensierino con relativa immagine, che trovi posto su instagram, o nelle veline dei baci Perugina, ma composizioni lunghe, lente, ripetitive, come erano le storie che si raccontavano per passare il tempo nelle interminabili veglie davanti al focolare. Chi seguirebbe più, in tutto il suo svolgimento, la filastrocca di Petuzzo e il cavoluzzo, con la serie snervante e sempre più intricata di ripetizioni, con il discorso che ricomincia sempre da capo. Subito stufi e impazienti mi direste: “Ma vai al dunque, vai al sodo!”. Eppure il dunque era proprio nel gioco delle ripetizioni, nella maestria degli scioglilingua, in quei ritmi di antiche cantilene, nella musicalità delle parole, che riecheggiavano una dimensione quasi magica e sacra. Quella perduta magia della rima, dei ritmi, della cantilena io cerco in qualche modo di riprodurre nei miei versi, esponendo al tempo stesso non pensierini su di me, ma la storia e le storie. Versi che poi sono rivolti quasi sempre al passato, per il semplice motivo che il mondo frenetico e convulso di oggi, nella armonica gabbia delle rime non ci sta proprio. La musica di Vivaldi presuppone la carrozza, e non si accompagna al rombo della Ferrari. Ma la mia non è letteratura di evasione come il fantasy, con cui pure ha qualche affinità, ma ripropone un passato radicalmente diverso dall’oggi, proprio per far riflettere sul presente, per far vedere che il mondo non è stato sempre così, ma sempre è cambiato, e può e deve cambiare ancora. Ma per non dilungarmi oltre e mostrare il mio genere di scrittura, nel post seguente metterò in campo una mia poesia sulla caccia alle streghe.

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