Le corna della lumaca, ovvero la caccia alle streghe

libroAver paura delle corna della lumaca è un modo di dire napoletano, e vuol dire preoccuparsi per niente, scambiare le corna della lumaca per quelle del diavolo. E alla persecuzione delle streghe si riferisce questo lungo testo in rima baciata che, nella forma e nei contenuti, si richiama alla tradizione popolare, e come tale è molto crudo e teatrale. E soprattutto realistico e documentato. Classificatosi tra le opere finaliste nel Premio Letterario Streghe e Vampiri dell’anno 2017, è stato inserito nell’Antologia di autori vari “Storie di immaginaria realtà” pubblicata dalle edizioni Giovane Holden.

Le corna della lumaca
I

Qual lumaca che cerca fortuna
si beava ai vapori di luna,
o seguiva una bianca falena,
nella notte stellata e serena.

Ma dal ciel la Lucifera Diana
i suoi corni accende in chi l’ama,
e nell’aura, chi indossa armatura,
non Iddio mira, ma maligna iattura.

Improvvisa esplose la rabbia:
per lei vennero i giorni del boia;
nere belve uscite di gabbia
s’avventarono sulla sua gioia.

Per la fulva capigliatura
trascinata in una prigione!
Buio cupo, catene, magone
per un’anima che pare impura.

Fu rapata al pube e alle ascelle
per stanar dalle piume il Ribelle;
ma siccome il lavoro fu vano,
(con una pinza che s’apre pian piano)
le squarciarono vagina ed ano:
per svelar segni d’estraneo potere
rimpiattati tra cosce e sedere
e depurare i satanici orgasmi
con lavacri di sangue e di spasmi.
Unghie e denti le furon sbarbati,
immondi artigli dei troppi peccati,
e estirpata la bifida lingua
dell’Inimico appendice maligna.

Amputar si vide i bei seni
(affinché il Serpe non vi si dimeni)
ed a terra gl’imploranti suoi occhi
pasto furon di mosche e pidocchi.

Fu cosparsa di aceto e di sale
per deterger la bava del male.
Ma del Diavolo nulla ricorda,
e tre giorni fu appesa alla corda.

E il ludibrio dell’inquisitore
al dolore aggiungeva l’orrore.
«Su confessa, per il nostro Signore!
Hai venduto l’anima al Seduttore.
Con quel cornuto hai fatto l’amore,
con l’antico Dragone Serpente
il cui sperma è più freddo del niente».

E una vergine e velata zitella:
«Da te budello, mi venne la iella!
A saziare il tuo infernale appetito
andò perso ogni mio buon partito.
M’hai rubato amore e bellezza.
Godi ora! Penzola dalla cavezza!».

Calata indi in un gelido pozzo
onde spegnere il fuoco di sotto,
in un mondo che non parea vero,
echeggiavan voci di cimitero:
«Cagna di Satana, malefica strega…
Confessa, pentiti, rinnega… annega!».

E il respiro ansimò nel lamento,
e fu il tempo ininterrotto tormento.
Colava atroce, da trista croce,
un odio arcano, belluino, feroce.

II

E la strega fu chiusa in un forno
e ululò tre notti e poi un giorno.
E sbraitava un’idrofoba china:
«Non guaristi la mi’ Ultimina!
Di malombre tu schiava e regina,
l’hai maleficiata, laida assassina.
Svaporerà nel foco e nel vento
l’anima tua e il nostro spavento!».

E la mamma di sette fanciulle
da agro morbo strappate alle culle:
«Ora e sempre io ti maledico!
Hai succhiato alle bimbe l’ombelico.
Ora brucia tra i ceppi di fico!».

Rubicondo, in una palandrana,
invasato un gli urlava: «Puttana!
Tu l’ha’ data a cani, e a porci,
fuor ch’a me, ma son verdi ora i sorci!».

Sulla bocca del forno una turba
s’è raccolta e risuonan le urla:
«Fissasti troppo il mio fantolino,
e stecchito finì dentro al tino!
Pel suo sangue, ti donò Belzebù,
di civettona occhi tondi, ma blu».

«Sotto il noce di Benevento
danzi ignuda co’ capezzoli al vento!
Unta di’ grasso de’ nostri bambini
a Satàn voli a fare i bocchini!
Ma di morto è il fallo del Diavolo;
gli è più gelido d’un torso di cavolo».

«Pelle e ossa le mi’ poere sorelle!
Di te l’eran più giovani e belle.
Per invidia lor facesti il malocchio.
La tua paga l’è occhio per occhio!».

«Il marito tu l’ha’ avvelenato!
Tu n’ha’ fatto sapon da bucato.
E spuntarono più ossa di umani
dentro i tuoi beveroni malsani».

E la strega non cessò di morire,
la tenea in vita il troppo patire;
le gridavano: «In te è lo Demonio!
Chi sopporta senza tal mercimonio».

III

Ma condotta all’estremo tormento
sibilò sillabe perse nel vento:
«Ma-le-detti!… L’invidia e la rabbia
oltraggiar vi fa vedove in gabbia.
Si ride… s’irride! Scherzate col fo-co!
E’ del diavolo, la fin d’ogni gio-co!».

Sputò fiamma, dall’usto suo seno,
e fu un fulmine a cielo sereno:
andò a fuoco un carro di fieno,
che impazzito, in mezzo al paese,
l’appiccava alle case e alle chiese.

E dal ciel volteggianti dragoni
sputan fiamme su stoppie e covoni,
e cornacchie e sorci infuocati
infiammaron le stalle ed i prati;
dentro il fumo ghignanti demòni
infilzan le anime con lunghi forconi.

Per tre giorni bruciò quel paese
e nel fumo affogò più d’un mese;
le sue genti di corte vedute
furon cenere ed alme perdute.                                                                                                            Quando alfine venne l’inverno,
si ritirò, fuoco e tutto, all’inferno.

Tempi andati, occluse vedute,
più e più, lungo i dì ripetute.
Delle corna della lumaca
paura cieca ancor non si placa.

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