L’alluvione

piovveNel 2016, in occasione del cinquantenario dell’alluvione del ’66, ho scritto alcuni racconti ambientati sull’Arno. Quello che segue, pubblicato nella raccolta di testimonianze di quel giorno nell’Empolese Valdelsa, più che un racconto è – come doveva essere – la cronaca pura e nuda di quel che ho visto e vissuto allora.

L ’alluvione

Il quattro di novembre non pioveva. Il sole non c’era, e neanche tanta luminosità, tant’è che, delle foto scattate quel giorno con la vecchia Comet II, nessuna poté essere sviluppata.  Il cielo, però, non era più  quello cupo  e gonfio di pioggia  dei giorni precedenti, quella mattina  qualche spiraglio si era aperto  e  la sospirata quiete dopo la tempesta pareva infine arrivata.   Ma l’Arno s’intravedeva altissimo e grande, al pari dei campi, e la sua presenza si faceva sentire.  Di minuto in minuto più ingombrante.                    Abitavamo nel piano tra i paesi di Capraia e Limite, a meno di cento metri dal fiume, in una antica e grande casa colonica.  Era, per fortuna, un giorno festivo e non ero andato a scuola.   Ben presto, i fossi che a quel tempo ancora regolavano l’afflusso e il deflusso delle acque, ormai stracolmi, sotto la spinta del fiume, hanno incominciato a traboccare.  Si cercò allora di portare al sicuro nel fienile i conigli, e i polli che in fretta e furia si riuscì ad acchiappare.  Ma l’acqua non lasciava scampo e lambiva ormai tutta la casa, di poco più alta del cortile, posta su una specie di terrapieno.  Era ormai arrivata al porcile, rialzato anch’esso di un paio di scalini, e allora, con molti sforzi, e battaglie, stridii e bestemmie, i due suini, già grossi e grassi, furono fatti salire su per le scale, nell’ingresso delle stanze abitate da noi, poiché al fienile si poteva accedere solo con una scala a pioli.   Stessa storia per i cani, ben felici, loro, di lasciare la cuccia all’aperto, e poter stare in casa insieme ai padroni.  Rimanevano però una ventina di vitelloni.                Le stalle, al piano terra sotto di noi, erano abbastanza sopraelevate, perché l’edificio era del 1600, e di piene doveva averne viste tante. Quel giorno, l’acqua è arrivata oltre la pancia degli animali, legati alla mangiatoia, che per fortuna erano alti e grossi, e hanno dovuto passare l’intera giornata e buona parte della notte, in piedi per non affogare. Circondati da ogni parte dalla piena, l’unica terra che si vedeva era, dietro, la collina di Bibbiani.  Poco dopo le dieci, come una visione, è apparsa la chiatta della draga, situata vicino un po’ più a monte, che avanzava imponente e maestosa su quella fiumana.  Senza più fare ritorno.                                                                                                                                           La distesa di acqua era tranquilla, silenziosa, una vasta laguna che si perdeva all’orizzonte tra i rami dei rari  alberi e dava quasi un senso di ampio respiro ,  di pace.  Melmosa, come quando c’è la piena, ma non sporca. Una quiete rotta solo, di tanto in tanto, dal passaggio a volo radente di qualche elicottero.  Uno si è soffermato davanti alle nostre finestre, ma abbiamo fatto cenno che non avevamo bisogno di aiuto.                         Né altro si poteva che aspettare.  Non c’era nessuna notizia su cosa stesse accadendo.  La corrente elettrica se n’ era andata da un pezzo e radio e televisore erano ridotti a soprammobili. Quando si fece buio, apparve una luce sull’acqua, e ci siamo sentiti chiamare. Sotto alla finestra c’era una barca, di quelle dei renaioli, con alcuni Capraini, muniti di una torcia elettrica.  Facevano il giro delle case di campagna isolate. Anche a loro dicemmo che non ci occorreva niente.     Di notte non si vedeva nulla, ma quella coltre liquida che ci assediava fino ad alcuni gradini della scala, sembrava non avesse alcuna intenzione di calare.                                                                                                                     Invece, al mattino, l’acqua intorno alla casa si era ritirata e una parte dei campi era libera.  I fossi avevano fatto il loro dovere, e il terreno sabbioso del piano aveva un po’ drenato anche il fango.  La strada che collegava a Capraia era ora percorribile.  Ripeto, non sapevamo niente, si pensava fosse stata una cosa locale, capitata solo a noi.  Avevo una radiolina portatile, ma, guarda caso, sul più bello la batteria si era esaurita.  Del resto, poco o niente era emerso persino dai giornali radio; le stesse autorità preposte non avevano ancora realizzato la gravità della situazione.                                                                      Ho pensato di dover andare a scuola, e prima del solito, mi sono avviato per prendere il treno.  Ho percorso in bici il viottolo rialzato sull’argine del rio Guidi, tutto ricolmo e dilatato dall’acqua dell’Arno, ancora assai alto. E nessun ostacolo ho incontrato sulla provinciale per Capraia.  Al ponte, prima amara sorpresa.  Di fianco, a Mazzantini, l’Arno aveva eroso e inghiottito la strada lungo l’argine e alcune case erano sventrate.  Le pareti interne e le stanze penzolavano sospese sul vuoto.  Ho comunque proseguito, con la bici, per la discesa del ponte e mi sono infilato sotto il viadotto della ferrovia, per accedere alla stazione di Montelupo.   Avevo diciassette anni, e scarso senso del pericolo. Nell’altro sottopassaggio vicino, un panettiere era sprofondato, o stava per sprofondare, con la sua bici, in una voragine scavata dalla piena, che non si poteva indovinare, sotto la coltre di acqua oleosa e fango. Sono andato avanti, con lo slancio della discesa, fino a trovarmi letteralmente piantato in mezzo a un pantano, ancora molto liquido, di fanghiglia impeciata di petrolio, catrame e oggetti di tutti i tipi.                                                                          Tutto, intorno, era surreale.  Una desolazione inimmaginabile. Pareva un paese fantasma, avviluppato in una palude malefica, sotto un sudario scuro e untuoso che avvolgeva, fuori e dentro, tutte le cose.  Qualcuno, che con gli stivaloni di gomma cercava di sistemare qualcosa nel piazzale antistante, mi ha gridato: “Ma dove vai, con quelle scarpine?!”.  Ho realizzato allora che né i treni, né niente d’altro poteva funzionare, e con una stretta al cuore ho avvertito che c’era stata un’immane catastrofe.

 

 

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