Così si intitola il bel libro di Luciano Bianciardi, non a caso del 1969. L’autore, con una continua trasposizione di piani temporali tra le cinque giornate di Milano del 1848, e una immaginaria rivoluzione milanese del 1959, rifiuta ogni “integrazione” e spara a zero contro i costumi, i vizi, i guasti già emergenti della società del cosiddetto miracolo economico.
Una critica radicale che gli intellettuali di oggi, ridotti a influencer degli interessi delle classi al potere, neanche si sognano di fare. Che è invece una questione di vita o di morte di fronte a un sistema che affossa ogni forma di logica e razionalità, come anche le possibilità di benessere della maggioranza delle persone, proprio perché diretto a realizzare gli interessi di pochissimi miliardari privilegiati ai danni di tutti gli altri, costi quel che costi. Che si maschera sotto l’apparenza della scienza e del Progresso, e non è altro che un software programmato per la distruzione e l’autodistruzione del mondo e dell’uomo per conseguire il profitto di pochi irresponsabili.
Sarebbe quindi quanto mai attuale svegliarsi e aprire ancora figurativamente il fuoco contro tutto il baraccone ideologico e culturale che maschera e giustifica un’economia e una politica negatrice di qualsivoglia giustizia sociale e di ogni spazio di dissenso e libertà, oppressiva e violenta come non mai contro gli uomini e la natura.

