Santa Verdiana, la santa dei serpenti

27331758_1958123827771884_2376468717607974757_n[1] Il primo febbraio del 1242 moriva santa Verdiana, patrona di Castelfiorentino. Si era rinchiusa intorno ai trent’anni in una celletta in riva all’Elsa, con un solo spiraglio per comunicare con l’esterno, e lì era rimasta reclusa fino alla morte ( ben 34 anni) in orazione, astinenza e penitenza. Un po’ inquietanti, nelle sue rappresentazioni, sono le due serpi che sempre la affiancano, erette e minacciose. Che non sono, come spiega chiaramente lei stessa, il serpente che portò a perdizione Eva ed Adamo, e poi finì sotto i piedi della Madonna. No, non sono il Demonio, e lei più di una volta salva loro la vita e nasconde la loro presenza alla gente, perché non vengano allontanate o uccise. Per lei sono solo degli strumenti per la sua redenzione (come il cilicio che sempre portava), un salutare accrescimento della sofferenza, un tribolo e una maggiore penitenza per espiare chi sa quali peccati e approdare alla salvezza eterna. Quando alla fine, scoperte dalla gente, una verrà uccisa e l’altra fuggirà via, chiederà stupita e afflitta al Signore: “Ma perché, e ora come faccio io?”. E le venne annunciato che anche la sua vita stava volgendo al termine, e non aveva più bisogno di mortificarsi.
Teologia della penitenza e mortificazione del corpo del tutto naturali nel Medioevo. Un proverbio, giunto fino a noi, diceva :”Quando la carne si frusta, l’anima si aggiusta”. Allo stesso modo si comportarono altre sue colleghe “cellane” (volontariamente recluse), come Umiliana Ulivieri dei Cerchi, o Giulia da Certaldo, o la povera Fina da San Gimignano. Ma lo stesso san Francesco, che venne a visitarla richiamato dalla fama della sua santità, castigava quel somaro del suo corpo e intravedeva la beatitudine proprio nella sofferenza (si legga il fioretto su cosa è perfetta letizia).
Tuttavia, a ben guardare, che noia potevano poi darle delle serpi innocue come quelle che sono alle nostre latitudini? Lei avrebbe detto che la tormentavano, e a volte la frustavano con la coda. La credenza che le serpi possano frustare era diffusa a livello popolare, e ancora mio nonno raccontava di essere stato frustato da due biacchi accoppiati in amore. Pare poi che la martoriassero per mandarla fuori dalla cella. E qui sta il nocciolo della questione: volevano indurla a uscire dal romitaggio; e che altro potevano essere se non le tentazioni? Le tentazioni, le passioni della mente e della carne che già avevano afflitto il grande Sant’Antonio abate, rappresentate simbolicamente nei dipinti nella forma del maiale e di altre bestie, che più tardi, per l’incomprensione del popolo dei simboli astratti, si erano trasformate in animali da proteggere. Cosicchè, il maiale ne era diventato il compagno prediletto (di uno vissuto in Medioriente, figuriamoci!) e con la complicità di monaci suoi seguaci, il santo eremita del deserto che si cibava di sole radici, finì per esser rappresentato come un allevatore di porci. Stesso equivoco del realismo popolano, incapace di cogliere i simboli, mi sembra si sia verificato per la Santa di Castelfiorentino. Verdiana, prima di rinchiudersi, aveva fatto vari pellegrinaggi a San Jacopo di Compostella e a Roma, dove si era trattenuta a lungo, e la bellezza del mondo aveva potuto vederla, e la rinuncia e la clausura, che pure faceva con passione per lo Sposo Celeste, doveva costarle non poco. Io, in una mia poesia su Castelfiorentino, amo pensarla così: “ Striscia la biscia sul seno assopito/ fragranze smuove di fiume e di vita…”.

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