TU SE’ UN PELLEGRINO!

giubileo-del-1350-miniatura-della-cronica-di-g-sercambi[1]
Deh peregrini che pensosi andate
forse di cosa che non v’è presente,
venite voi da sì lontana gente,
com’a la vista voi ne dimostrate…

Così il Sommo Poeta  rendeva riverente omaggio ai compunti  pellegrini che ai suoi tempi  passavano a schiere diretti a Roma o Gerusalemme (per l’anno Santo del  ‘300 si calcola che ne siano arrivati a Roma più di dieci milioni, provenienti da tutta Europa).        Anche oggi i pellegrini, almeno in apparenza, godono di gran considerazione.  Con la riscoperta dei percorsi  dei pellegrinaggi, in tanti oggi marciano sui sacri cammini  e su Facebook sono sorti come funghi siti dedicati  alla via Francigena e seguiti da decine di migliaia di persone. Con grande enfasi si definiscono tutti pellegrini e ne vanno  fieri (in verità sarebbe più appropriato parlare di escurturismo, pellegrini sono  quelli che vanno per esempio a Lourdes, e camminare non basta per darsi quel nome).                           Chiamarsi pellegrino oggi fa tendenza, rimanda a una persona profonda e problematica, in cerca di sé e del senso della vita. Ma i pellegrini di una volta non cercavano il sé, che neanche sapevano cosa fosse, o nuove esperienze, e emozioni, o il cammino per il cammino, ma, come dice sempre Dante, erano “coloro che vanno al servigio de l’Altissimo”,  vale a dire mettevano in gioco la propria  vita (prima di partire  si faceva testamento) per la Salvezza dell’anima.   In passato però, quando di pellegrini ne  circolava un numero oggi impensabile,  quella  parola non aveva sempre una connotazione positiva, perché rimandava a una figura non del tutto raccomandabile.           Il pellegrino infatti era un girovago, un senza fissa dimora, spesso straniero, veniva chi sa da dove e era chi sa chi, e insomma, come tutti gli sconosciuti inaffidabile. E ancor più,  con l’affermarsi  di società cittadine  prima artigianali , poi dedite all’industria manifatturiera,  valori come il lavoro e la produttività venivano prima di ogni altro, e il pellegrino finiva inevitabilmente per esser considerato un vagabondo, un inutile giramondo, insomma un parassita e un barbone. Da qui viene quel “pellegrino” in senso spregiativo , se non offensivo, che almeno in Toscana si usava, eccome.           ome è capitato a me, durante un’escursione di trekking, lungo la salita da Saline a Volterra, per il tracciato della vecchia ferrovia. A una casa di contadini, un cane di piccola taglia, abbaiava e si fogava insistentemente contro il gruppo sgranato in una lunga fila. Il capogruppo, un Fiorentino col pelo sullo stomaco e senza peli sulla lingua, si rivolse in malo modo al suo padrone: “Allora!  Che gliela tira lei una bella pedata a quell’animale, o gliel’ho a tirare io!”.  L’uomo,  che era anziano, sospeso tra il pianto e la rabbia, si è messo a gridare: “Icchée, una pedata a i’ mi ‘anino, poerino?! Maremmaboia, io la pedata e la tiro, ma a voi! “. E poi è esploso: “Vu’ siete proprio de’ pellegrini, andate a casa vostra, andate a lavora brutti perdigiorno!”.

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3 pensieri riguardo “TU SE’ UN PELLEGRINO!

  1. Insomma, da noi non si utilizza in senso dispregiativo. Piuttosto anche in senso religioso, ma la nostra lingua italiana, e soprattutto le sfumature dei suoi dialetti, conferiscono ai vocaboli significati variabili di zona in zona, nonostante il nostro sia un piccolo paese: il Bel Paese (forse non tanto bello dentro quanto lo è fuori) Un caro saluto.

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    1. Un saluto anche a te Nadia. Sì, poi bisogna dire che noi Toscani siamo un po’ cattivelli, e di tante parole ci serviamo per prendere in giro.

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      1. Ahahah. A como diciamo BALUBA!!!😊😊😊

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