Gli strambotti

“Icchè tu strambottoli”, mi diceva a volte la mi’ mamma, quando parlavo tra me e me, o a voce bassa, o in modo confuso e pasticciato. O quando le pareva che dicessi cose senza senso. Strambottoli è certo un toscanismo: sta per strambotti, come conigliolo sta per coniglio.

Gli strambotti erano componimenti di una sola strofa in forma di ottava di contenuto amoroso o satirico. Originari della Francia, circolavano in Italia ad opera dei menestrelli già intorno al XIV secolo.  Espressione della cultura popolare, nel Quattrocento furono ripresi in forma più raffinata da autori del calibro di Angelo Poliziano, Lorenzo il Magnifico e Niccolò Machiavelli, assumendo spesso lo stile dei “rispetti” dedicati alla donna amata: canti d’amore o piagnistei di cuori trafitti a dir poco esagerati. Persino in Machiavelli.

Nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento,  gli strambotti assunsero una forma più genuinamente popolare: parole accavallate l’una sull’altra per il gioco delle rime, in modo da formare discorsi strambi o senza alcun senso, col solo intento di divertire. Come quelli composti in quantità industriale dal più famoso cantastorie di allora, il fiorentino Giuseppe Moroni, detto “i’ Niccheri”, “poeta illetterato” come amava definirsi lui. Che forse poi tanto illetterato non era e in queste composizioni a ruota libera, in queste libere associazioni di parole che creano un mondo capovolto non è da escludere avesse captato i fermenti delle avanguardie letterarie che si sarebbero manifestate pochi anni dopo.

Ecco alcuni esempi di quello che ho detto: il primo, in stile dei “rispetti” è di Niccolò Machiavelli:

Nasconde quel con che nuoce ogni fiera;
Celasi adunque sotto l’erbe il drago;
Porta la pecchia in bocca miele e cera,
E dentro al piccol sen nasconde l’ago;
Cuopre l’orrido volto la pantera,
E’l dosso mostra dilettoso e vago;
Tu mostri il volto tuo di pietà pieno,
Poi celi un cuor crudel dentro al tuo seno.

31163145_1998616643722602_7980925512375599104_n[1]

Ed eccone invece  invece due ottocenteschi di Giuseppe Moroni, detto il Niccheri, poeta illetterato come amava definirsi lui, assai famoso tra il popolo per il suo poemetto “La Pia de’ Tolomei”:

La Caterina con la sua berretta,
prendeva l’acqua sopra un ginepraio;
Disse Pipone: Dammene una fetta.
Gli rispose di no quel pecoraio:
Gli ha ben ragione! disse l’Enrichetta
che faceva la pappa nel telaio;
E non si vergognò, quella sfacciata,                                                                                                   a leticar con una cantonata.

Ed ancora:

La nipote di’ prete di Badia
andiede in Chiesa a Santa Margherita
E si messe a cantar di poesia.
Poi rammontava l’acqua con le dita.
Un asino dicea l’Ave Maria,
scansò la piana e prese la salita,
al suo padron non gli volle dar retta,
a forza di corregge andiede in vetta.

 

Categorie Senza categoria

Lascia un commento

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close