Aprire il fuoco

APRIRE IL FUOCO

Così si intitola il bel libro di Luciano Bianciardi, non a caso del 1969, dove, con una continua trasposizione di piani temporali tra le cinque giornate di Milano del 1848, e una immaginaria rivoluzione milanese del 1959, rifiuta ogni “integrazione” e spara a zero contro i costumi, i vizi, i guasti già emergenti della società del cosiddetto miracolo economico..

Ma è anche quello che, figurativamente, andrebbe fatto contro il mondo letterario nel suo complesso. Soprattutto contro gli autori, che ne sono cieche e sorde  vittime sacrificali: che non si accorgono di parlare a nessuno (neanche al vento, i social sono meno del vento); che sgomitano come ossessi per acquistare un’invisibile visibilità mediatica; che vedono solo se stessi e i propri scritti, con i quali pensano di salvare il mondo (che poi sono brodini riscaldati, rispetto ai classici, che mai hanno letto). Ma il mondo è esistito tranquillamente prima di noi, ed esisterà dopo.

Genuflessi tutti davanti a improvvisati sacerdoti, venditori di fumo che ripetono ossessivamente che quello che conta sono le tecniche di marketing, ripetono tutti fino alla nausea gli stessi rituali, vuoti e destinati a cadere nel vuoto.

Sempre sballottati da editori a pagamento, scuole di scrittura, partecipazioni a concorsi e pubblicazioni di racconti e poesie che vanno a implementare  solo le vuote casse delle case editrici.  Un delirio di sordi che parla a sordomuti, di persone che non ascoltano gli altri, ma pensano che gli altri ascolteranno loro. In una bolgia infernale dove tutti si agitano a vuoto, in un circolo che si morde la coda.

E si badi bene, non è neanche una questione di qualità, anzi la vera opera d’arte, qualora nascesse (e non è facile, dove non è più richiesta), oggi sarebbe ignorata più dei banali prodotti che circolano.

Non è affatto scontato che la gente legga, tutt’altro, e tanto meno che legga poi noi. Gli stessi quotidiani non vengono più neanche sfogliati, figuriamoci i libri. E’ la scrittura stessa che sta scomparendo, non solo come arte, ma addirittura come forma di comunicazione (Instagram che surclassa Facebook, la GIF che subentra al tweet).

Che fare? Non spetta a me dirlo, e neanche lo saprei.  Bisogna tuttavia almeno rendersi conto del problema, cercare una via d’uscita da una cloaca che porta acqua solo al mulino di chi sugli autori vivacchia. O, come se niente fosse, continuare a dissiparsi in un frenetico buco nero dove dove non circola né vita, nè spiritualità.

Bianciardi

 

 

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