Dante Alighieri questo illustre sconosciuto

Mercoledi 25 marzo si celebra il “Dantedì”, giornata nazionale dedicata al divino poeta. Magari portasse qualcosa nella conoscenza o nella divulgazione del grande autore. Macché, solita messa in scena, soliti rituali. Si fa finta che Dante sia il nostro pane quotidiano, quando poi quasi nessuno l’ha letto né è minimamente in grado di leggerlo. Frasi retoriche adatte ad ogni circostanza, banalità senza fine di un vacuo nazionalismo, ma niente di significativo si dice sulla sua opera e sul suo pensiero. E ce ne sarebbe da dire, per esempio sulle sue concezioni religiose che, a parte le raffigurazioni popolari di molti affreschi tratte dal suo Inferno e Paradiso, nessuna traccia hanno lasciato nella vita ecclesiale e nell’esperienza della fede. Rimosse in una penombra in cui tutte le vacche sono nere. Io, che non sono un dantista e scrivo poesie, mi limito a proporre la mia raffigurazione del sommo poeta, nel mio poema “La via santa”. Un Dante che – e non è un caso – rimanda a certi personaggi e posizioni ideologiche che vanno per la maggiore ai nostri giorni.

Il divin poeta

Di tutti disse mal, fuorché di Cristo,

scusandosi col dir lui lo conosco».

A piè d’un castello cupo e irto di spine,

donde s’avvista ciel in mar perder confine,

piccolo di persona e faccia altera,

lungi guardava, fiso nella bassa sfera.

La cappa intorno a sé stretta e tirata,

rompeva l’aere, la voce del vate.

«Per qui si va tra la perduta gente

ove speranza manca, fede e onore,

di leone, lupa e lonza morde il dente,

e sangue corre, a cagion d’opposto colore».

L’aguglia in ciel volgeva lente ruote,

sibila al vento l’insegna del marchese,

gracchiava il corvo da lande remote,

rimbomba il tuono per valli scoscese.

«Io mi fuggii de’ Toschi dalla Villa

di superbia e cupidigia sempre pregna,

che di discordia, invidia e ira sfavilla,

ingorda e rea d’ogni bassa vergogna,

di sangue suo e del vicin vermiglia.

Di tracotanza e lacci ivi è la mecca,

di giustizia v’è mercato e cuccagna,

tana è di lupi e volpe vi fa tresca,

non basta l’Arno, a lavar la magagna.

D’ogni gente v’è feccia e marasma:

corron da Campi, da monti e palude,

da porcili ombrosi del Casentino,

scarpe grosse e cervello che prude,

cala il villano e si fa Fiorentino.

Gli occhi protesi a’ facili guadagni

ognuno trama, intriga e più mente,

e tele tesson e insidie di ragni;

ivi l’anime si barattan col niente.

Né sta la donna al fuso ed alla cuna,

tutta s’adorna e si colora gli occhi,

si fa sfacciata e tutta s’improfuma,

e al fantolin più non compra i balocchi.

Per che l’un vada a destra o a manca,

ovunque capra sta sotto la panca:

da Pistoia, a Lucca, a Arezzo e Prato,

pertutto genti hanno dente affilato.

E di Siena gli sventati rampolli

rider fanno in una tordi e polli.

I sogni infranti della nuova Babele,

in aria persi, ognun può vedere.

Se non bastasse, di là, oltre i monti

la villa v’è vituperio delle genti

che carne di sua carne offrì a’ denti;

possan addentarla onde e feri venti!

E di qua Genova, col suo gran porto,

meglio sarìa, che ognun fossevi morto.

Io fui nel gorgo che le alme risucchia,

nel nero buco che talpa non specchia,

a altezze eteree ove aguglia non vola,

ove pura Lux Dei sempre s’onora.

La sfrenata fame della gente nova

a Inferno e Dio novella pone prova.

Graffia avarizia, spoglia l’usura,

reclusa è armonia e divina Grazia,

smarrito il limite e ogni misura,

geme la terra e il cielo si strazia.

Di continenza ciaschedun vi manca,

dilaga orgoglio, lassismo e lussuria,

di tal gente la man divina è stanca

e vedrai presto castigo che infuria.

Traligna Chiesa che osteggia l’Impero,

perso va l’ordine naturale e vero.

Infranti i cardini, ito ogni rispetto,

d’autorità collassò mura e tetto.

Dalla gran falla, aperta la stalla,

dilaga e mugghia feccia e marmaglia.

Villani e migranti la fan da padroni,

tutto ci rubano, superbi e felloni:

entra il bifolco e il faccendiere,

e l’occhio acuto del barattiere;

con la mercatura fanno tesoro

e compran cariche ed il decoro.

Entra ’l mercenario e ’l masnadiero,

il lurco alemanno e l’uomo nero.

Nella confusione di stirpi e ruoli

cresce discordia, prolificano i doli.

Brilla Lux Dei, ma sovra le stelle,

amara è la terra, amara e ribelle.

Più amor d’altrui v’è, e men pietate,

l’amor gentile ha le vele strappate,

e come il lupo ama il tenero agnello

così al dì d’oggi amar usa amatore,

sol per lussuria e il calore del vello,

e del sangue gustar tra’ denti ’l sapore.

Più non vo’ dirti dell’oscura valle,

ch’amore ignora e gaudio di pace,

ove occluso stagna ogni calle,

ove maligno impera il Rapace.

A manca e manritta vegeta il male.

Sola Salute è nella Stella del mare».

Il gran vate rimira, il cavaliere,

il capo chino a sì eccelso parere.

Nondimeno pur pensa, e nol dice,

via d’infido sogno esser Beatrice:

altro di Chi tutto può il disegno

di Vita nuova e del celeste Regno.

E il letame degli inurbati villani

profumerà di bei fiori domani,

e il soldo vilipeso del mercante

susciterà beltà nuova eclatante.

E con sé recano, pur gli stranieri,

vita e aria fresca, freschi pensieri.

E il bello e buono non è tutto andato,

amore e sole specchia ancora il creato.

V’han buone mamme, puttini e fiori,

belle e oneste dame, e di bei cuori,

e, se al monte vento fischia e bufera,

alla marina splende azzurra la sera.

Tante e varie le cose al sol belle,

e per quest’aiuola sol brillan le stelle.

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